disOrdine Teatro

Manifesto Artistico di Walter Revello

Ratio

Il disordine. L'opposto dell'ordine. Forse.

Da cosa nasce il disordine? Perché nasce? Si crea disordine per turbare l'ordine costituito o solo per mancanza di corretta organizzazione, per irregolare funzionamento della gestione o cattiva amministrazione; si crea disordine, in fondo, quando l'ordine in cui si vive non risponde al proprio bisogno di ordine. Da sempre, sono andato alla ricerca di questo ordine di cui sentivo necessità, nelle parole, nei gesti, nelle luci e nelle ombre, nelle immobilità, nei silenzi. Ed è così che a poco a poco, tra ordini che non parlavano la mia lingua e linguaggi che non avevano ancora avuto parola, si è sviluppato il mio disOrdine.

 

L'elenco che segue è un punto d'appoggio, una sosta, forzata e forzosa, per dare forma ordinata a un disOrdine Teatro che mi auguro sia destinato a disordinarsi sempre e per sempre.

 

1. Il Teatro

  1. Il Teatro, se è Teatro, è Arte. E se è Arte, è comunicazione.

  2. Il Teatro è quel momento chiamato spettacolo in cui si incontrano un attore portatore di un messaggio e uno spettatore capace di recepirlo; entrambi generano il momento come frutto di un bisogno, di una necessità impellente, di un'urgenza; il momento è la sottoscrizione di un accordo tacito e palese tra le parti, che si accettano, si riconoscono, si mettono in reciproco ascolto e comunicazione.

  3. Il Teatro non è casuale, non capita: non si fa e non vi si assiste solo perché non c'è alternativa; un'alternativa c'è sempre al Teatro, ma se lo si sceglie è perché è risposta necessaria a un bisogno non altrimenti colmabile. Educare al Teatro è quindi dare forma a un bisogno di cui ancora non si conosce il nome.

  4. Il Teatro ha in sé la ripetizione del rito: sempre uguale nella misura in cui i partecipanti sono consapevoli della sua infinita mutevolezza, sempre uguale nella sacralizzazione dei gesti e dei silenzi, nell'incontro dei partecipanti, nel disseppellire domande non poste a cui non sarà necessario rispondere; il Teatro inizia e finisce, ma, come atto sacro, genera nostalgia e mancanza, dando forma a una forma di sé che diventa vuoto da colmare, fame, gravidanza. Il Teatro è rito, che genera quotidiana attesa e periodica ritualità, diventando religione necessaria.

  5. Il Teatro è insito nelle forme di Natura, nella ricerca di emulazione e mimesi di ogni creatura senziente: è la forma primigenia del gioco ancestrale a cui, programmaticamente, si sono voluti porre confini, regole, tecniche e assoggettamenti; il disOrdine Teatro vuole decostruire l'artificio innaturale di natura sociale per ritornare alla forma onesta del gioco naturale, spontaneo e impertinente, proiettato solo ed esclusivamente al bisogno di comunicare, a sé e agli altri, di sé e degli altri, di tutto.

  6. Non è immaginabile un'unica idea di Teatro, un unico canone, un metodo: non esiste una verità in Teatro, ma infinite, coerenti e parallele verità, che, se ben comprese e utilizzate, si adattano al messaggio, all'attore, allo spettatore di quel preciso luogo e momento.

 

2. Il teatro

  1. Il teatro è il luogo dell'incontro: non ha forma né confini prestabiliti, non ha luci né bui necessari, palchi, poltrone, sipari; il teatro è delimitato solo dalla presenza del Teatro.

  2. Esistono luoghi, per abitudine e convenzione, definiti teatro: a loro, troppo a lungo, si è demandato il compito esclusivo dell'accoglienza del Teatro, confinandone il potere comunicativo a uno spazio innecessario. Il disOrdine Teatro va alla ricerca del luogo atto a fondersi con il Teatro che ne viene generato.

 

3. Messaggio

  1. Si fa Teatro perché si ha un messaggio da condividere, sia esso una domanda o una risposta, una provocazione o una consolazione: l'autore parte da sé e, attraverso strade inimmaginabili, a sé tende a tornare; in questo suo percorso l'incontro con lo spettatore è l'energia cinetica che permette di completare il viaggio: è indispensabile, pertanto, che il messaggio sia articolato in modo da renderlo comprensibile e metabolizzabile, in modo che, sebbene tacito, si crei un dialogo tra chi fa Teatro e chi vi assiste e che, alla fine, ne siano entrambi saziati.

  2. Si può fare Teatro con un messaggio non proprio, ma non è possibile fare Teatro con un messaggio che non si condivide, che non si comprende, che non si può rielaborare con un proprio linguaggio.

4. Regia

  1. Definito un messaggio, è necessario definirne le modalità di comunicazione: alla regia spetta il compito di impastare idea, persone, luoghi, linguaggi, momenti e opportunità per creare il contatto tra attore e spettatore.

  2. Il regista di uno spettacolo teatrale ha il compito, imprescindibile e indelegabile, di dirigere tutti gli aspetti dello spettacolo, di conoscerli, di assumersene la responsabilità.

  3. Compito primario del regista è la scelta: degli attori, dei luoghi, dei linguaggi, delle forme; gestire uno spettacolo significa averne compreso e condiviso ogni minima parte.

  4. Il regista dev'essere attore e esserlo stato, deve essere produttore, organizzatore, bigliettaio, costumista e scenografo, tecnico, maschera e custode, spettatore, pulitore e organizzatore: il regista deve aver vissuto il Teatro in ogni suo aspetto possibile per poterlo dirigere; non è possibile, in alcun modo, essere regista con sola conoscenza teorica; non è possibile, in alcun modo, essere regista senza essere più attore; non è possibile, in alcun modo, essere regista senza essere più spettatore.

  5. Regia e Attore sottoscrivono un patto, inscindibile per l’intera durata del rapporto, basato sulla reciproca fiducia, sul rispetto e sulla legittimazione dei differenti ruoli: al regista scegliere e spiegare, ideare e creare, chiedere e ottenere; all’attore domandare e comprendere, interpretare e adattare, partecipare e eseguire. Il Regista deve sempre essere consapevole che in assenza dell’Attore il Teatro non esiste; l’Attore deve sempre ricordare che senza il Regista il Teatro è vuoto. La gerarchia dei ruoli, che pone il Regista al vertice, ha un’esclusiva funzione operativa e il suo rispetto, che trascende l’indispensabile rispetto umano tra le persone, è fondamentale per il corretto funzionamento dei rapporti funzionali di ogni spettacolo.

 

5. Attore

  1. L'attore è chi agisce portando in sé e su di sé il messaggio dello spettacolo.

  2. Un attore non può non comprendere e non condividere lo spettacolo che sta interpretando: ne verrebbe indebolito il messaggio, lo spettacolo e il rapporto di fiducia che si instaura con gli spettatori.

  3. L'attore riceve dallo spettatore la delega a compiere azioni ed emozioni, a portare nello spettacolo un'esperienza vitale che vada a nutrire il bisogno di entrambe le parti.

  4. L'attore non è mai passivo nei confronti dello spettacolo, della regia, del teatro e dei compagni di scena: ogni sua azione, ogni scelta, ogni rifiuto devono essere generati nella consapevolezza di ciò che comportano per l'esito dello spettacolo e della sua rituale celebrazione; l’attore deve essere, tuttavia, consapevole che il Teatro non è anarchia né democrazia, ma una gerarchia strutturata in cui a ogni ruolo spetta un compito e uno spazio di intervento e una responsabilità di decisione.

  5. L'attore deve conoscere il Teatro: cos'è stato, cos'è, cosa sta diventando; deve leggere Teatro e di Teatro, deve assistere a spettacoli, vederne le storiche registrazioni, collaborare agli allestimenti, in tutti i ruoli previsti, deve porsi domande e porne a chi può avere risposte, deve capire come lo spettacolo è vissuto dallo spettatore, dal macchinista, dal regista, dal bigliettaio. E da chi, soprattutto, allo spettacolo decide di non assistere.

  6. Non è possibile, in alcun modo, divenire attore con sola conoscenza teorica: l'attore deve ricercare, sempre e comunque, il confronto con la realtà dello spettacolo, della scrittura, dell'allestimento, dell'organizzazione. Deve comprendere che lo spettacolo è, nel suo complesso, incontro di idealità e fattibilità, progetto e sua esecuzione.

  7. L'attore deve confrontarsi sempre con un Teatro diverso dal proprio, approcciarvisi con oggettiva soggettività, pronto a mettere in discussione tutto ciò che crede di aver capito, compreso e scelto fino a quel momento.

  8. Il codice comunicativo che l'attore sceglie deve essere il più funzionale per l'attore stesso: è indispensabile avere consapevolezza di sé e di ciò che si sta cercando nel Teatro e nell'incontro con il pubblico per avere la sufficiente onestà da ammettere gli strumenti necessari di cui servirsi per raggiungere il proprio scopo. Non esiste un Teatro valido per tutti e tutte le occasioni, un Teatro casual: ogni approccio al Teatro deve avere precisione e cura sartoriale.

  9. Un attore deve essere curioso, su di sé in primo luogo, e desiderare perdere l'equilibrio ogni volta che muove il passo in un nuovo ruolo: la ricerca del personaggio, del messaggio, del bisogno del singolo spettacolo dev'essere un vettore proiettato verso il centro della propria scoperta di sé. È bene, tuttavia, che l'attore ricordi che ogni ruolo è l'abito indossato per una specifica occasione, non una nuova, artificiosa pelle a sostituzione della propria.

  10. Un attore non è mai solo: anche nella potente, drammatica esperienza della messa in scena singola, l'attore dovrà sempre e comunque confrontarsi, quanto meno, con il pubblico; se l'attore crede o si convince, quindi, d'essere solo, sta solo illudendo se stesso. L'attore che lavora solo per sé e con sé deve aver acquisito la forza della consapevolezza che il proprio limite possa essere la limitatezza del proprio essere pronto a mettersi in confronto: si lavora da soli solo quando si ha imparato a farlo con altri o quando si ha paura di perdere i propri confini protettivi e, quindi, si ha deciso di non creare rapporto con il pubblico e, quindi, si ha deciso di non fare Teatro.

  11. Un attore non è tale se non ha condiviso uno spettacolo con altri attori, con registi, con tecnici: la formazione di un attore avviene nel momento in cui, terminato il rito dello spettacolo, si compie il rito ancora più sacro del condividere il pasto con i compagni di scena, smessi i ruoli dello spettacolo e riacquisiti quelli dell'essere umano; si è attori solo quando si impara a essere in compagnia, considerando il proprio limitrofo come uguale, oggetto di interessante esplorazione e conoscenza.

  12. L'attore è il suo corpo: deve averne cura, conoscenza, percezione. Durante lo spettacolo, deve avere sempre memoria che quel suo corpo è messo in toto e in pieno al servizio del messaggio che sta comunicando: non esistono, pertanto, pudori, imbarazzi, moderazione, restrizioni.

6. Spettacolo

  1. Lo spettacolo è l'area delimitata dalla validità del patto di delega tra attore e spettatore.

  2. Tutte le componenti dello spettacolo, soggetti e oggetti, devono essere imprescindibili e definiti: non esiste spettacolo generato da e per la casualità, né finalizzato ad essa. Ogni spettacolo nasce comunque dall'artificialità dell'intenzione di chi lo crea e di chi decide di assistervi.

  3. Lo spettacolo è materia di sacrificio da parte del teatrante: come tale, chi vi assiste deve compiere un sacrificio a sua volta, per santificarne l'azione, sia esso un atto di fatica, una perdita di comodità, uno scambio oggettivo o economico. La gratuità emotiva di uno spettacolo priva i partecipanti del pieno godimento mistico di ciò che accade.

  4. Uno spettacolo non è mai perfetto ma sempre perfettibile: teatranti e spettatori lo vivono nella consapevolezza che non sarà mai nella forma ideale immaginata ma, per quanto possibile, in quella più realizzabile.

  5. Lo spettacolo può e deve usare tutti gli strumenti che la regia ritiene necessari per meglio svilupparne il messaggio: la tecnologia, in tutte le sue forme, è pertanto strumento utile e necessario, ma il suo uso, come quello di qualunque altra tecnica o strumento, non deve mai diventare gratuito o pretesto per un alleggerimento della tensione scenica e dell'impegno da parte del teatrante o dello spettatore.

  6. Non esistono limiti di durata prestabiliti: uno spettacolo deve durare esattamente il tempo necessario per trasmettere e ricevere il messaggio che vi sottende; se uno spettacolo dura troppo poco o troppo a lungo rispetto a quanto necessario, il messaggio stesso rischia di essere inficiato.

  7. Lo spettacolo pone il suo fondamento nel silenzio: l'assenza di suono segna l'inizio del rito e solo attraverso quel silenzio teatranti e spettatori si accordano sul reciproco ascolto. Lo spettatore deve isolarsi da ogni distrazione fino al termine del silenzio rituale, quel momento in cui la sospensione della fine spettacolo libera spettatore e teatranti da ogni vincolo reciproco.

  8. L'applauso al termine dello spettacolo non è un giudizio qualitativo su ciò che è avvenuto in scena, ma la chiusura catartica del patto tra teatranti e spettatori, liberandoli dai vincoli a cui si sono volontariamente assoggettati. L'applauso deve quindi sempre essere forte e potente, carico del reciproco rispetto tra le parti: sono sempre e soltanto gli spettatori ad applaudire, creando il suono che accompagna l'inchino, rispettoso e silenzioso, da parte dei teatranti.

  9. Lo spettacolo termina quando il teatro si svuota: da quel momento, ciò che rimane è memoria dello spettacolo, provvisoria o duratura, nello spettatore e nel teatrante.  

 

7. Scena

  1. Lo spazio dello spettacolo, detto scena, deve essere diretto ed essenziale: ogni oggetto, ogni struttura, ogni decorazione non necessaria e non funzionale al messaggio è puro orpello fine a se stesso e rischia di essere nocivo alla trasmissione stessa del messaggio.

  2. La scena si compone, quindi, di ciò che è indispensabile ed è per questo che può essere totalmente vuota o buia o silenziosa, senza che questo crei paure di presunta povertà: nel Teatro la vera povertà è data dalla carenza di consapevolezza in ciò che si sta creando.

  3. La distinzione tra scena e spazio per il pubblico deve essere ponderata con attenzione così come la sua assenza: lo spettatore deve trovare posto nel luogo che maggiormente gli permetterà di far proprio il messaggio che lo spettacolo vuole trasmettere.

  4. La scelta della luce presente in scena deve essere condizionata dal messaggio e dalla migliore funzione che ad esso può compiere; analogamente equivale per le condizioni luminose dello spazio riservato agli spettatori.

 

8. Musiche

L'accompagnamento musicale di uno spettacolo non può mai essere casuale, né essere fonte di fraintendimento: deve, invece, intrecciarsi a stretto legame con gli altri strumenti comunicativi messi in atto per creare la migliore comunicazione possibile del messaggio.

 

9. Costumi e trucco

La scelta del costume di scena (o della sua assenza), del trucco e della pettinatura degli attori deve essere al solo servizio del messaggio e, pertanto, non può essere soggetto a fraintendimenti da parte dei teatranti o degli spettatori.

10. Spettatore

  1. Si diventa spettatore quando si accetta di sottoscrivere il patto con l’attore, delegandogli l’azione necessaria alla trasmissione del messaggio.

  2. Lo spettatore è parte integrante e necessaria dello spettacolo: lo è con la sua attenzione, con la sua presenza fisica, con il suo sacrificio; senza lo spettatore non esiste il Teatro, senza il Teatro non esiste lo spettatore.

  3. Il Teatro deve essere sempre e comunque rispettoso dello spettatore, delle sue esigenze, delle sue conoscenze, delle sue richieste: lo spettatore deve essere messo nella condizione di affrontare lo spettacolo con gli strumenti opportuni per comprenderlo e metabolizzarlo, essendo tuttavia consapevoli che una suggestione non immediatamente comprensibile o facilmente condivisibile può generare maggiore rielaborazione di un’impressione accessibile e accomodante.

  4. Lo spettatore deve essere messo in una situazione di difficoltà e di scomodità, nella quale il Teatro non diventa il momento del riposo ma del pensiero e del confronto, con sé e con gli altri: è insito nella delega che il Teatro sottende che la fatica compiuta, fisicamente ed emotivamente dall’attore, sia relazionata e parallela a quella psicologica e introspettiva compiuta dallo spettatore, qualunque sia il messaggio o la forma dello spettacolo.

  5. Allo spettatore è chiesto il sacrificio della presenza, dello scambio oggettivo o economico, dello sforzo dell’applauso terminale: strumenti questi che indicano la sottoscrizione del patto, la partecipazione al rito, il suo completamento, senza in alcun modo identificarne il valore o la qualità.

  6. Allo spettatore spetta il diritto al silenzio: terminato lo spettacolo, lo spettatore è legittimato a chiudersi in un proprio silenzio e ad abbandonare il teatro, se lo desidera, a non essere disturbato, coinvolto in atti concreti o simbolici, a essere tutelato nella sua fragilità e nella sua individualità. Qualora lo spettatore voglia relazionarsi con l’attore, con il regista o con uno spettatore altro da sé, sarà sua cura ricercare il confronto, nel rispetto del reciproco diritto al silenzio.

 

11. Economie

  1. Non devono mai essere economiche le finalità che guidano il Teatro: le economie di uno spettacolo sono sempre fondamentali per garantirne un sano sviluppo, sia nella retribuzione dei teatranti coinvolti, sia nella copertura delle spese vive; tuttavia, qualora le indisponibilità economiche non garantiscano lo svolgimento dello spettacolo come lo si era previsto, si deve con grande attenzione valutare se la sua riduzione nei confini delle disponibilità economiche non rischi di inficiarne il funzionamento comunicativo.

  2. Uno spettacolo non è mai gratuito per gli spettatori: il rito richiede sacrificio, di fatica e di spesa, da parte di chi vi assiste. Il contributo dello spettatore non deve però diventare strumento per una selezione classista del pubblico: il Teatro deve essere accessibile a chiunque, in misura delle possibilità anche economiche.

 

12. Manifesto e Realtà

Esiste un Teatro di testa e un Teatro di mani: il primo è totalmente teorico, prescinde dalla fattibilità, dalle reali maestranze a disposizione, dalle risorse economiche; è un Teatro vicino alla perfezione sebbene non perfetto, irreale nel momento stesso in cui viene definito. Esiste poi un Teatro di mani, duttile e malleabile, che il regista definisce partendo dal suo Teatro di testa e confrontandolo con quanto la realtà permette, nelle forme, nelle tempistiche, nelle disponibilità di persone, luoghi, risorse umane ed economiche. Il Teatro di mani è l’unico Teatro che gli spettatori possono incontrare, ma esiste solo se il regista è costantemente in viaggio verso il proprio Teatro di testa.

Tutto il resto è recitare.

Scritto a Torino il 27 marzo 2021 / 14 Nisan 5781

da rivedere già al sorgere delle prime tre stelle